Omelia Giovedi santo 13 aprile 2017

Omelia Giovedi santo 13 aprile 2017

Omelia Giovedi santo 13 aprile 2017

Giovedi santo  13 aprile 2017

Omelia di don Edmondo Lanciarotta  -  parroco

 

Celebriamo l’ultima cena di Gesù, la cena di Pasqua, che celebra la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto per intervento del Dio di Abramo, attraverso la mediazione di Mosè.

Infatti, circa 1250 prima di Gesù il popolo ebraico, schiavo in Egitto, su indicazione di Mosè dopo essersi riunito nella case a gruppi di persone per mangiare l’agnello, averlo mangiato con pane azzimo ed erbe amare, ed il cui sangue era stato sparso sugli stipiti delle case, è partito, di notte e dopo una giornata di cammino è arrivato al Mar Rosso;  ed il terzo giorno lo ha attraversato illeso e così libero dalla schiavitù ha continuato il cammino verso la terra promessa: tutto il popolo ha riconosciuto in questo evento la presenza della mano potente di Dio che lo ha liberato. Da quell’evento di anno in anno ha celebrato la pasqua, cioè il passaggio dalla schiavitù alla libertà con la cena pasquale, agnello, pane azzimo ed erbe amare, ricordando le meraviglie che il Signore ha fatto. E così di anno in anno, si giunge al tempo di Gesù: anche Gesù ogni anno ha celebrato la pasqua, cioè l’evento del passaggio dalla schiavitù alla libertà, con la cosidetta cena pasquale, fino alla sua ultima pasqua, che ha ‘ardentemente voluto celebrare con i suoi amici’, la ‘cena pasquale’, che viene anche detta ‘l’ultima cena’.

Questa cena è la ‘cena pasquale’ durante la quale si mangiava l’agnello, pane azzimo ed  erbe amare’, facendo memoria  dell’intervento salvifico di Dio, che allora, aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù. Ebbene, in quell’ultima cena, Gesù ‘dopo aver mangiato’, cioè, dopo aver mangiato la pasqua ‘ebraica’ (agnello, erbe amare e pane azzimo), ‘prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi dicendo: prendete e mangiate questo è il mio corpo’,…poi ‘prese il calice rese grazie e lo diede a  suoi dicendo: questo è il calice dell’eterna alleanza versato per voi…” .

Quindi, Gesù esce ed accompagnato dai suoi si ritira nel Getzemani e là prega il Padre, chiede ai suoi che gli stiano vicino a pregare; purtroppo ‘i loro occhi sono appesantiti e…dormono’; poi gli eventi assumono una accelerazione frenetica: Gesù viene catturato, giudicato, prima da Caifa, poi dal Sinedrio, poi viene condotto davanti a Pilato, poi da Erode, ancora da Pilato; quindi viene condannato, flagellato, crocifisso, muore e viene sepolto. Dopo il terzo giorno, al mattino le donne vedono il sepolcro vuoto, questo fatto provoca smarrimento nei discepoli, e ‘la sera di quel giorno, il primo dopo il sabato’ Gesù incontra i suoi, rinchiusi in casa, ma manca Tommaso; così dopo otto giorni, con la presenza di Tommaso, Gesù  ‘sta in mezzo ai suoi’: da allora i discepoli celebrano la pasqua di Gesù, cioè il suo passaggio dalla passione per amore, dalla morte per amore alla risurrezione nell’amore con il banchetto, cioè ‘spezzando il pane e versando il vino’ , cioè ponendo i segni e facendo i gesti stessi di Gesù, in quella sua ‘ultima cena’, dopo il banchetto della pasqua ebraica, quando, appunto Gesù, dopo aver ‘spezzato il pane e versato il vino’ consegna ai suoi  questo mistero d’amore dicendo ‘fate questo in memoria di me’. Così da quel momento, dalla risurrezione del Crocifisso, questo banchetto diventa l’eucaristia, il banchetto della nuova  ed eterna alleanza di Dio con il suo popolo nella carne e nel sangue di Gesù, cioè nel sacrificio di Gesù, vissuto e perpetuato lungo la storia dai suoi discepoli che lo riconoscono Crocifisso e Risorto in mezzo a loro.

Torniamo, allora, a quella sera, a questa sera, della cosidetta ‘ultima cena’ quando Gesù con i  suoi amici consegna se stesso nel pane e nel vino, che diventano corpo spezzato e sangue versato per la salvezza. In quel gesto Gesù sintetizza tutta la sua vita: la sua esistenza terrena. Infatti, lungo tutta la sua vita Gesù si è consumato nel continuo donarsi offrirsi, spendersi per gli altri; la sua è stata una vita spesa, offerta, donata, consumata verso tutti coloro che incontrava: bambini, donne, uomini, ammalati, peccatori...tutti da Lui accolti, amati, perdonati, guariti. Nel segno del pane e del vino Gesù sintetizza la sua vita; ma  in quello stesso gesto, Gesù anticipa ciò che avrebbe offerto e donato di lì a poche ore: avrebbe donato pienamente e totalmente la sua vita, il suo corpo sarebbe stato donato, offerto consumato, trafitto,  fino alla morte, per amore dei fratelli rivelando in questo modo l’amore di Dio per l’umanità. Gesù sulla croce offre il suo corpo spezzato, trafitto, dona il suo sangue versato, fino all’ultima goccia per la salvezza di ogni uomo. In quel gesto Gesù dona tutto se stesso e consegna ai suoi il comando: ‘fate questo in memoria di me’.

Noi oggi, questa sera, viviamo in diretta questo evento, insondabile, inenarrabile, straordinario, sorgente inesauribile di vita. Quanto avvenne allora, nella cena di Gesù con i suoi amici non è passato, ma diventa presente. Ciò che apparentemente è passato non è infatti liquidato e  ‘concluso’, non sta alle nostre spalle si da poter essere raggiunto solo dal ricordo credente e retrospettivo. No. Quanto è avvenuto non è ancora arrivato alla fine, non e concluso e rimane aperto, affinché noi ci lasciamo inserire in esso. Noi, in questa sera, e in ogni celebrazione di questi giorni santi, non celebriamo dunque eventi del passato, ma il presente delle azioni salvifiche di Cristo che si compiono qui ed ora per noi.

Chiediamo allora la grazia allo Spirito che ha animato la vita di Gesù e la vita dei discepoli, affinché possa  animare anche la nostra vita e così tutti noi possiamo sperimentare la forza della presenza del Cristo che si dona nel pane e nel vino ed, in questi giorni santi, Crocifisso e risorto. Così, oggi, in questa cena Gesù proclama quello che tutta la sua vita è stata e che continua ad essere fino alla morte. La sua vita è sempre stata un ‘pro’ a Dio e ai fratelli. Con questi segni Gesù vuole raggiungerci con il suo amore trasformante e trasformare tutti noi, ricevendo il pane siamo raggiunti dal suo amore e siano resi capaci di trasmettere questo amore. Ciò che accade allora diventa presente oggi e si apre a noi perché ci possiamo inserire in esso. Noi che ‘comunichiamo’ con Lui riceviamo il suo amore, diventiamo una sola cosa con Lui, il suo ‘corpo’, e viviamo la sua stessa vita, la vita divina,  nella nostra condizione umana.

Allora, i discepoli, gli amici di Gesù erano uomini poveri e miseri, peccatori e fragili, orgogliosi ed invidiosi, traditori e rinnegatori: ciò nonostante Gesù li ha chiamati e considerati ‘amici’: anche oggi qui e per sempre noi siamo, ognuno con le proprie miserie ed infedeltà, cattiverie e peccati: pur tuttavia, chiediamo la grazia di sperimentare per prima ed immediatamente non la nostra condizione misera, ma la chiamata di Gesù ad essere suoi amici: e così comunicando alla sua stessa vita, possiamo essere messi in condizione di poter vivere la sua stessa vita divina  nella nostra vita umana, storica, quotidiana: infatti, noi diventiamo ciò che mangiamo: se mangiamo amore diventiamo amore, se mangiamo perdono diventiamo perdono, se mangiamo misericordia, diventiamo misericordiosi, se mangiamo la vita di Gesù che si è donato e consumato per amore fino alla fine, anche noi possiamo fare della nostra vita un dono d’amore, consumarci fino alla fine, donarci a Dio e ai fratelli: appunto come Gesù e grazie a Gesù, proprio perchè  mangiamo il suo stesso corpo in questa eucaristia, in questo banchetto, che diventa il banchetto della fraternità.

Tutti noi sperimentiamo la fatica del vivere quotidiano secondo il vangelo di Gesù: il pane che mangiamo ci dà la forza e la grazia per continuare a vivere seguendo Gesù: non si tratta di diventare solo persone buone, giuste, generose: tutte le persone lo possono diventare, e ce ne sono tante anche fuori da questo luogo. Ciò che è straordinario, e che diventa dono e grazia,  è vivere come Gesù è vissuto, assumere quanto prima gli atteggiamenti di Gesù, far nostri i suoi sentimenti, comportarci come si è comportato Gesù nei confronti di Dio e di coloro che incontriamo ogni giorno nella nostra vita. Allora, fratelli e sorelle, mangiamo questo pane, cibiamoci di  questo corpo, partecipiamo al banchetto, e così prendiamo forza per seguire Gesù sulla via dell’amore, dell’amore che soffre e si dona, anche sulla via crucis; smettiamo, allora, quanto prima, di pensare di poter bastare a noi stessi, di potercela fare da soli; sentiamo quotidianamente l’invito di Gesù a partecipare al suo banchetto e rispondiamo sempre al suo invito, non solo quando abbiamo bisogno, o quando ci sentiamo a posto, o quando non abbiamo niente altro da fare, o quando dobbiamo chiedere qualcosa, o quando emotivamente, sentimentalmente pensiamo di fare cosa gradita a Dio.

Mettiamo al primo posto il desiderio di Gesù di fare pasqua con ciascuno di noi, cioè di donarci la sua stessa vita ed il suo amore, gratuito e totale. Così se noi liberamente e gratuitamente accogliamo il suo invito saremo messi nelle condizioni di poter diventare sempre più suoi discepoli che lo testimoniano nella storia quotidiana, riscoprendo la bellezza della fraternità, di essere e di vivere gli uni gli altri con lo stesso amore con cui Gesù ci ama.

Nessuno di noi sa fin dove l’amore lo porterà, fin dove sarà capace di seguire Gesù sulla via dell’amore, della ‘via crucis’: cioè a fare della propria vita un dono d’amore fino alla fine: infatti, tutti noi resteremo sempre bisognosi di amore, mendicanti d’amore e Gesù è il ‘pane di vita’ che sfama ogni nostra fame e ci dona la vita eterna.

 

 

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